Vestirsi in bottega, i designer e gli artigiani italiani di ILYBI


Un laboratorio, la sua intimità, i fatti del fare, gli attrezzi del mestiere ed i fatti della vita. Ecco, nei laboratori di designer e artigiani succede quel complesso di cose che chiamiamo qualità, cose che non sono unicamente legate alla scelta delle materie prime, alla cura dei dettagli, certo questo è chiaro, ma anche a certi gesti e soprattutto alle mani.

Non si può considerare il gesto come un’espressione dell’individuo, come una sua creazione, e nemmeno come un suo strumento; al contrario, sono piuttosto i gesti che ci usano come i loro strumenti, i loro portatori, le loro incarnazioni (Milan Kundera, L’immortalità)

Siamo quello che le nostre mani fanno? Forse si. E mi sono soffermata sui gesti delle mani perché è proprio da quella cosa che voglio partire per scoprire e raccontare di stilisti, designer, artigiani, creatori di incanti tessili che popolano segmenti di vita e di mercato più celate, più lente, più umane. Storie dense di strati e anche di coraggio, perché per perseverare nella cura e nel ben fatto ce ne vuole una bella dose. Il loro entusiasmo e forza che in questi due anni ho conosciuto, mi parlano di un bisogno di bellezza e cura molto molto forte e che crede in questo cambiamento.
Per il secondo anno #ILYBI ( I love your brand Italy ) dà voce a chi questi incanti tessili li crea – fieramente in modalità slow, curando tutti gli aspetti della produzione, puntando sull’unicità – ed offre ad una nicchia attenta che cresce sempre di più, la possibilità di conoscerli, incontrare il capo giusto per ogni occasione, emozionarsi per avere indosso qualcosa di unico, poter curiosare nelle storie dei processi innovativi utilizzati e sulle vite di questi creativi, che per l’occasione si mettono un po’ a nudo, offrendo quindi non solo un brand, ma il lato confidenziale e umano di un percorso creativo.
Puglia, Marche, Toscana, è da qui che provengono i nomi che vi presento quest’anno. L’Italia è ancora una terra ricca di talenti ed estremo senso estetico, nonostante i tempi bui.


CARTAS BAGS, Valentina Olivi crea borse uniche,
per chi ama la carta e le parole.

<La cosa che mi piace di più del mio lavoro è quando io e il mio compagno stiamo in laboratorio a creare le nostre borse ascoltando la nostra musica preferita.
Il processo creativo è la cosa che mi ha sempre interessato e ho approfondito anche in Accademia.>

Siamo a Corinaldo, nelle Marche, due persone che condividono momenti di intimo silenzio o intima musica intorno a un tavolo dove si agitano le loro mani, in movimenti che conoscono bene, che si ripetono e che non sono mai veramente gli stessi, e che spesso devono reinventarsi, deviare, a seconda di necessità, intuizioni, ritmi del corpo e degli stati dell’umore.
Questo fa parte della poesia dell’handmade che non è solo una parola che va di moda, ma uno stile di vita che a volte contribuisce a fare cose rivoluzionare, come creare degli accessori così fortemente radicati e diffusi a livello globale, come le borse, ma partendo da un materiale di riuso, e carico di senso come la carta di riviste e giornali. Come fa a funzionare una borse di carta? Semplice, grazie con un saper fare ed una cura di intrecci che è arte antica, ad un disegno e ad una visione innovativa, ad una leggerezza capace di essere solida oltre che stilosa.

<Le nostre mani mettono in opera ciò che le nostre idee formulano con cura e pazienza. La carta di giornale è la nostra materia prima, che modifichiamo lasciando intatta la sua natura e dandole nuova vita: la intrecciamo, la impermeabilizziamo, la rendiamo resistente e aggiungiamo dettagli funzionali, di colore e di stile. Nasce così la nostra leggerezza, nascono così le nostre opere dedicate al mondo femminile. Mi guardo molto intorno dalle riviste, alle mostre, alle città con le sue architetture, ma diciamo che ormai ho fatto mio l’insegnamento dei miei maestri che è “togliere, togliere, togliere, la cosa più difficile è essere semplice ed essenziale, ma mai banale” questo è il faro che mi indica sempre la strada quando creo un nuovo modello o una nuova decorazione.
Quello che mi piace di più è vedere quando la moda si fonde con l’arte e crea delle opere d’arte da indossare, attraverso la rivisitazione di temi, stampe ed esperienze degli art director delle varie case di moda, come ha fatto Gucci nella sua ultima collezione esposta al Gucci Garden in Piazza della Signoria a Firenze che ho visitato ultimamente. Oltre a questo ammiro tutto il movimento Fashion Revolution che sta sensibilizzando tutto il mondo della moda a pensare in modo più umano il lavoro dei propri dipendenti, e la voglia di sperimentare materiali sostenibili e di riciclo, siamo ancora molto lontani da una moda sostenibile a livello globale, ma ci stiamo lavorando! >

GROUND GROUND i chiaroscuri e la poesia urbana di Silvia Dongiovanni


<Sono cresciuta sul mare, l’acqua ha costituito per anni la mia unica certezza, maledizione, compagnia. Poi c’è la terra. Anche lei è sempre stata la sicurezza sulle mani di mio padre, tra le pieghe delle sue rughe. Quella terra rossa in cui si impastava e da cui con movimenti e riti accompagnava la vita. >

Quando ho letto ciò che Silvia Dongiovanni, giovanissima fashion designer salentina, mi ha scritto riguardo al suo mondo, ho detto Wao! Ma che consapevolezza! Silvia trasmette forza ed una visione netta anche se con risultati necessariamente mutevoli.
I suoi abiti sono molte cose, corazze e preghiere urbane, strade di cotone e lino puro che si fanno portatori di speranze, fragilità, forza che esplode. Per #ILYBI ho indossato personalmente una maxi maglia (con annesso pantalone che si può indossare certamente anche con un body o un top) che recita un grande: Ricicla i tuoi demoni.

Silvia si racconta così: <Le cose lente sono le più belle. GroundGround svela la dolcezza della contraddizione e il turbamento della separazione della mente, è una danza. Nasce dal bisogno di esplodere e dare forma all’ inquietudine, è quello che vivo nella mia testa. Viviamo, tutti, in un periodo storico in cui il caos del mondo si riflette inevitabilmente sul nostro sentire più profondo. GroundGround è uno dei modi che ho per urlare la mia rabbia, attraverso metafore colorate, o in bianco e nero, di amore e odio per la mia terra; e per il mondo di tutti. GroundGround a volte mi fa paura, veste ma mi lascia nuda, è ciò che di più simile a me ci sia in questa vita. Il bello di GroundGround è che è il frutto di relazioni coltivate con lentezza, non senza intoppi o crisi. Una costruzione così accurata di rapporti con la terra, con la gente, con me stessa, che non può non definirsi bella, anche solo per il suo semplice essere, esistere. Ed è questa Bellezza, cioè l’ intensa dolcezza del reale, che è per me verità e formazione.

GroundGround ha scelto di non seguire il ciclo delle stagioni. La moda, come tutte le idee migliori, non ha bisogno di scadenze, ma di spazi di libertà. Pensiamo e creiamo i nostri capi quando è aria di cambiamento. Il bisogno di cambiare è umano, imprevedibile e dirompente. E allora lo seguiamo, quando è il suo tempo. >

ATELIER VERDERAME Le forme limpide e dolci di Selena Delvecchio

Lecce, Salento, interno giorno. Mobili vintage, un palazzo anni ’50 dalle porte merlettate, un quartiere denso di colori poco distante dalla stazione. Qui immagina e lavora Selena dividendo progetti e vita con il compagno, un giovane e talentuoso pittore. La sua nuova collezione di abiti si incentra su stoffe monocromo, camicie vaporose che trasmettono una “dolcezza razionale” fatta di morbide forme e da disegni netti ed eleganti. Vinaccia, blu di Prussia, crema e senape, rosa melange. Colori che terragni diventano acquatici e forme limpide e poetiche che ricordano antiche armonie orientali. Le creazioni di Selena prescindono dalle stagionalità dettate dalla moda. Lavora su tessuti naturali, linee pure e semplici, prediligendo geometrie over.

<Talvolta sono i colori che scelgo che mi guidano verso la creazione di uno specifico volume e forma, ma spesso procedo in maniera inversa: ho l’immagine fotografica davanti agli occhi, è impalpabile ma c’è, come se io stessa fossi un proiettore cinematografico. Il primo fotogramma, come dicevo, è impalpabile, sfocato, ma poi comincio a scorgere la modella, ha i capelli raccolti, è seduta su una sedia, con indosso solo una giacca.. quale giacca? Pian piano l’immagine si definisce ed io procedo perché possa prendere vita. >

<Fin da bambina ho accompagnato spesso mia nonna al mercato delle pezze americane, così li chiamavano dalle mie parti i mercatini dell’usato, e questo scegliere e selezionare capi attraverso colori e forme credo abbia contribuito a sviluppare in me una passione verso il tessuto: abiti confezionati così bene che resistevano con tenacia allo scorrere del tempo.
Un episodio in particolare che è successo quando avevo circa nove anni, mi lega in un certo senso a quello che faccio: ero dai miei nonni e giocavo a travestirmi da “grande”, probabilmente in quel momento incarnavo una rock star famosa, improvvisamente, attratta dalla bellezza degli oggetti che stavo usando per il “travestimento”, decido di non continuare a giocarci, ma di conservarli con cura in una borsa di cuoio all’interno di un armadio, sotto una montagna di cuscini, praticamente di nasconderli in modo tale da impedire a mia nonna di donarli a terzi, con la promessa fatta a me stessa di indossarli nella realtà una volta cresciuta.

Qualche tempo dopo, in età adolescenziale, flashback, ed ecco che ritrovo quel tesoro nascosto precisamente lì dove l’avevo lasciato tempo addietro. Promessa mantenuta! E dalla passione per il vintage e dal voler riproporre quelle forme, studiarle sia nella loro struttura che nella loro storia che nasce tutto il resto. >


Il tempo, già. Quanto influisce oggi il valore della durata di un capo, sui nostri acquisti? Memoria, radici, tempo, sono costanti che emergono nelle storie intense dei creativi coinvolti. Le esperienze dell’infanzia influenzano spesso la direzione ed il fare di artisti ed artigiani che restituiscono attraverso il processo creativo immagini vive del proprio sentimento del mondo, spesso pezzi unici, che si portano dietro ciò di cui oggi abbiamo urgenza di riappropriarci, un senso di cura autentica ed una ragionevolezza che spezza l’impulsività e la bulimia del mercato.




Leggi anche > Cosa indossare per unire bellezza, etica e qualità





Mi chiamo Gioia Perrone, da dieci anni mi occupo di comunicazione digitale. Amo inventare format e sempre nuovi modi di connessione utili, sia nel campo della progettazione culturale che nel mondo dell’impresa. Per lavoro aiuto piccole e medie imprese a trovare la giusta voce, ricercare nelle proprie storie valori e punti di forza che le rendono speciali e a migliorare il modo in cui vivono e si raccontano sul web.
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